Neofascismo, antifascismo, la (non*) manifestazione, e una passeggiata per Macerata

Di Renata Morresi per Nazione Indiana

Se esco dal portone e giro a sinistra, basta qualche metro umido di viale per arrivare alla sede del PD che è stata colpita da due colpi di pistola. A destra, ugualmente, una breve passeggiata mi separa da un supermercato dove vado spesso: lì davanti si è accasciato Mahamadou Toure, l’uomo raggiunto al fegato dal primo proiettile sparato in strada sabato scorso. Dall’altra parte della città invece – “città” fa un po’ sorridere: Jimmy Fontana in una vecchia canzone la chiamava “paese mio che stai sulla collina”; per il vicino conte Giacomo suppongo sarebbe andato benissimo “borgo selvaggio” – diciamo a due, tre chilometri da dove sto uscendo di casa, c’è un locale chiamato “Terminal”, anima notturna di musica e impegno. Per capirci: lì l’associazione partigiani fa il tesseramento annuale, lì si tiene un “Piccolo festival di suonata poesia”, e l’altra sera erano in programma gli “In Zaire”. Anche lì sono arrivati tre colpi di Glock calibro 9. In quel punto nessuno è stato colpito per fortuna – era sabato mattina, in un posto ai confini della campagna, non certo il Bataclan. La logica punitiva però è trasparente: castigare il luogo del mescolamento.

“Glock calibro 9” l’ho letto in giro, e sentito pronunciare con voluttà. Un ragazzo ha tentato di spiegarmi quanti colpi ha il suo caricatore, ma non me lo ricordo più, ero troppo esterrefatta di stare parlando di pistole. Non sono neanche riuscita a ricostruire bene il percorso del raid. Ho letto della preghiera dell’attentatore, con tanto di cero votivo a Mussolini; poi il ritorno in centro, a concludere la scorreria con una spettacolare resa al monumento ai caduti. Anche questo mi sta a due passi, brutto come quasi tutti i monumenti del ’33. Sui suoi gradini si trovano sempre i ragazzi che escono dalle scuole dei dintorni (quelle che non sono state rese inagibili dal terremoto). Ho scoperto solo l’altro giorno che proprio su questo monumento i partigiani della banda Nicolò issarono la bandiera italiana, nel giorno in cui Macerata si liberò dei nazisti, il 30 giugno del 1944. Quella bandiera l’aspirante stragista l’ha presa e se l’è messa sulle spalle, supereroe de noantri. I Carabinieri l’hanno fotografato così, ammantato del tricolore, davanti ai poster di bambini in festa appesi in caserma.

Io sabato mattina ero nel centro storico di Macerata, dentro le mura, assieme a degli adolescenti, tutti rinchiusi in un teatro. Penso alle classi piene di giovani del mondo, i cognomi vari, gli occhi di ogni forma, la carnagione di ciascuno di noi di un qualche colore. Penso a chi conosco, gli studenti afrodiscendenti, gli adottati, i ragazzini mescolati, i nati chi qui chi altrove, le mezze italiane, i quarti di un po’ tutto, quelli ormai cittadini, i residenti da trent’anni, e poi i miei di compagni di scuola, amiche, cugini, che vivono in altri posti del mondo, coi figli che a tre anni parlano tre lingue: non siamo mai stati tanto meticci. La diversità ci attraversa da dentro, anche qui nei sobborghi dell’impero. Non è la pubblicità di un marca di vestiti, questa è la realtà, una realtà impensabile per i razzisti regionalisti e i fascisti nazional-popolari. È forse anche l’evidenza del mescolamento ad aizzarli, a far sì che cerchino la repressione, insieme all’istinto brutale di volere un capro espiatorio. Una logica in cui le infezioni contemporanee si diffondono a partire da sceneggiature ben collaudate, e ancora purulenti.

C’è una pletora di segnali neofascisti in questa storia. E al tempo stesso la corsa accorata a non parlare di neofascismo, a non irritare i già incarogniti, con lunghi thread rabbiosi nei social ad invocare che non si dica quella parola lì, che è un pezzo che è tramontata. Gente che si inerpica in cervellotiche battaglie retoriche per dimostrare che no, no, non è più il tempo per queste “divisioni”, ci vuole giustizia, ci vuole più polizia; e il tatuaggio delle SS sulla fronte di Traini, il saluto romano prima di lasciarsi prendere, il Mein Kampf ritrovato in casa cosa c’entrano mai, perché vuoi politicizzare ‘sta cosa?

Neanche l’arrivo di Forza Nuova domenica scorsa, giunti baldanzosi davanti a una porta forata da un proiettile a rivendicare solidarietà per l’attentatore, o l’arrivo di Casa Pound martedì pomeriggio, scortati di gran carriera dalla polizia anti-sommossa in un centro cittadino deserto, col segretario che dà il benvenuto con “un saluto romano generale” e invoca la pulizia etnica, o, infine, ahimè, Roberto Fiore e i suoi ieri sera, coi soliti gesti e rituali, riescono a smuovere la compattezza grigia di tanti amministratori, giornali locali, avventori da bar, ministro Minniti, candidati premier, propagandisti elettorali, tutti finalmente fermamente uniti nel non dire la parolina brutta, “neofascismo”, neanche se arrivasse una ventata di Zyklon B.

Forse mi sbaglio, forse le parole che fanno paura sono proprio quelle opposte: “antifascismo”, “antirazzismo”. L’impressione è che a dire troppo forte “antirazzismo” si possano perdere i voti dei razzisti. Il sindaco di Macerata (in quota PD) vuole sospendere la manifestazione antifascista di sabato, o meglio, ha chiesto che sia sospesa. “È il tempo della comunità”, “si fermino le violenze”, “farsi carico del dolore”, “a favore della vita”, “fermarsi a respirare”, “è il tempo della riflessione”: si spertica di cliché il povero sindaco, nel tentativo di ricacciare la sua paciosa cittadina in un sonno che in questo momento sfiora l’anestesia. Una manifestazione contro la violenza indetta e poi soppressa: è improbabile che i movimenti antifascisti e antirazzisti accettino questo coprifuoco. Qualcosa dovrà pur accadere. Io, ingenua, mi immaginavo già un corteo con alla testa il primo cittadino e la comunità africana e tutti quelli offesi dalla violenza: no al razzismo! no al terrorismo! mai più stragi! no al fascismo! O no? No, gli amministratori vorrebbero sprofondare, non vedono l’ora che tutto passi. Ah, passare! Per ora per la città sono passati solo i volantini con su scritto “La gente è con Traini”.

La gente, chi è la gente? Quanto piace alla ‘gente’, compresa quella in corsa alle elezioni, questo dissolvimento nella ‘gente’: immaginarci tutti come disperate monadi in cerca di protezione, da blandire e poi tornare a dividere, da mantenere illusi, isolati, magari risentiti ma in ordine. Ecco allora che arriva Salvini a Camerino, cinquanta chilometri da qui, a benedire la gente terremotata, ripete il mantra del non vi lasceremo soli, et voilà con abile precisione anche lui si appropria dell’evento del momento: “il sacrificio di Pamela non sarà vano.” Pochi gesti per incastrare una nota gerarchia: il leader-uno-di-noi, la gente come cosa informe uniformata solo da sangue e suolo, il simbolo della femminilità violata, l’umanità di scarto, le non-persone.

Alle associazioni che hanno deciso di rimandare la manifestazione il ministro Minniti ha scritto: “hanno fatto un atto d’amore verso la comunità”. Una carezza paternalista, e poi giù la minaccia: se qualcuno insiste a fare la manifestazione, sarà “il ministero dell’interno a impedire che si faccia.” Di nuovo: gentismo, retorica astratta, simboli triti e repressione.

Ora cammino, mi affaccio dalla passeggiata alberata di pini che dà sui giardini pubblici, a guardare le forze dell’ordine massicciamente dispiegate – e solitarie: non passa un’anima tranne me e qualche pensionato, che commenta a voce alta “Sto qua dal ’58 e Macerata è sempre stata piena di democristiani e baciapile, da dove escono ammo’ sti fascisti?” Vaglielo a spiegare al signore che tutto si è spostato a destra, annichilito, frammentato fino a polverizzare, che il razzismo sembra diventato un diritto, il giochino che non si nega a nessun frustrato, impoverito, oppresso dalle logiche di un sistema-lavoro trattato come il più insondabile dio. Persino in una cittadina storicamente antifascista come questa ha attecchito il verbo del qualunquismo suprematista: non sono solo i leoni da tastiera a invocare la forca per quattro poveracci in fuga (a Macerata i richiedenti asilo sono 180), è pure il ministro dell’interno ieri ad adeguarsi alla logica dell’attentatore, adombrando l’idea che siano i rifugiati in fuga ‘a provocarci’, e quindi a provocare un tentato eccidio. Un po’ come se la Notte dei cristalli fosse stata ‘provocata’ dagli ebrei (come del resto i nazisti si affrettarono ad affermare).

Mi fermo per un caffè e apro il Carlino locale, in prima pagina trovo l’immagine della palazzina dove probabilmente è morta Pamela Mastropietro. Si vedono un paio di poliziotti che piantonano l’ingresso. In un angolo il volto della ragazza, all’interno del giornale una foto più grande, un selfie di quelli belli che si fanno le belle adolescenti nelle loro pose curve e spericolate. Credo che la foto sia lì per fare da specchio: vuole riflettere (e allettare) la bellezza fragile latente in ogni umano, vuole ravvivare la nostalgia (e la rappresaglia) verso la sventatezza della gioventù. Pamela, la ragazza vulnerabile, la ragazzina in fuga che un italianissimo nativo ha preso su per cinquanta euro per poi lasciarla alla stazione, la tossicodipendente che per qualche motivo non voleva più stare in comunità, che girava in un posto mai visto a cercare una dose, cercava sponde dove c’erano, a suo modo senza preclusioni almeno lei, Pamela per i vari Salvini, Fiore, Di Stefano conta solo come astrazione. Per loro è il simbolo della delicata razza bianca traviata dallo straniero nero – ce lo dice l’indifferenza con cui gli stessi hanno ricevuto la notizia di mercoledì di un altro corpo di ragazza, Jessica Valentina Faoro, pietosamente ritrovato in un borsone, uccisa da un italiano. Queste giovanissime donne bianche, tanto amate dal gossip, dalle docu-soap, dall’infotainment, servono come idoli, ma sono esposte ad una gerarchia che le vuole ingenue e appaganti, o, al polo opposto, ammalianti e pericolose. Possono essere fragili davvero, protagoniste di una cronaca nera sempre più spettacolarizzata, spogliata di ogni interpretazione ideologica o politica, come fossero le vittime di un naturale darwinismo invece che del suprematismo patriarcale. Accanto ai loro corpi inermi, sovraesposti, ipernarrati, accanto ma invisibili, quelli delle persone colpite da un proiettile il 3 febbraio, lasciate in terra, lasciate a lungo senza un nome, quasi sulle soglie dell’essere nessuno. (Ancora più nascosti, abitudinariamente usati, i corpi delle donne nere rapite e sfruttate per pochi euro sulla costa adriatica, a pochi chilometri da qua.)

Mi ha colpito di quella copertina del Carlino – che è in ogni bar, e viene distribuito gratis a pacchi nelle scuole – che non ci fosse una parola sulla tentata strage.

Torno verso casa, soffia un’aria di tramontana. Persino Massimo D’Azeglio, ricordo, si lamentava che questa città fosse troppo spesso spazzata dal vento. Incombe sull’Italia una sconfitta politica e civile devastante. Se non si riuscirà a parlare pubblicamente, con parole severe e chiare, a manifestare pacificamente, sarà uno scivolare nella zona grigia. La storia è arrivata a convocarci, persino qua in questa piccola provincia, nel nostro sabato mattina dei cristalli. Una storia profonda e complessa, che mai mi è parsa così semplice.

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*aggiornamento delle 19: l’invito a sospendere tutto non è stato accolto, si è preso atto dell’arrivo di migliaia di persone, la manifestazione si farà (ma Comune e PD ne faranno un’altra, tra una settimana)